Una lampadina elettrica del XII secolo

Abituati come siamo alle luci che illuminano, la notte, le strade delle nostre città, le nostre case e quant’altro abbia bisogno di illuminazione, ben difficilmente riusciamo ad immaginarci come doveva essere il mondo quando la notte era veramente nera o appena schiarita dalla luna.

Sappiamo che i nostri vecchi usavano di tutto per dare luce: dalle lampade ad olio, alle torce imbevute di resine particolari, dalle candele ad altri mezzi che, però, davano una ben povera luce rispetto alle moderne lampade.

Era, quindi, un mondo buio sotto molti punti di vista.

Si giunse ad una “schiarita” quando arrivarono le lampade a gas. Poi fu inventata l’elettricità e, infine, da parte di T.A.Edison, la lampadina di vetro con filo ad incandescenza.

Il resto è storia recente e la conosciamo praticamente tutti.

Ad un primo sguardo tutto sembra perfettamente regolare. La sequenza degli eventi è chiara e precisa. Tuttavia le cose non sono andate sempre così lisce ed in qualche “crepa” del tempo è sempre avvenuto qualche fatto isolato, anticipatore di certe moderne scoperte.

Il fatto che ci accingiamo a narrare è attestato da diverse cronache del XII secolo, le quali raccontano di Jechiele, rabbino francese erudito, che il re Luigi stimava molto. Il rabbino conosceva il segreto di una “lampada abbagliante che si accendeva spontaneamente”. La lampada in discorso non conteneva olio né stoppino. A volte il rabbino la collocava sulla finestra durante la notte, meravigliando così i suoi contemporanei.

Nonostante godesse della protezione del sovrano, e fosse anche suo consigliere in svariate occasioni, Jachiele non gli rivelò mai il segreto della sua lampada.

Elettricità? Tutto lo fa pensare.

Stando alle cronache del tempo, il rabbino aveva un originale sistema per scoraggiare nemici ed importuni che fossero andati a bussare alla sua porta con intenzioni men che oneste: “Egli toccava un chiodo conficcato nel muro del suo studio e subito ne scaturiva una scintilla crepitante e azzurrastra. Sventura a colui che in quel preciso istante toccava il battente in ferro della porta: l’importuno si ripiegava, si contorceva, urlava come se dovesse scomparire inghiottito dalla terra e, finalmente, fuggiva a gambe levate senza attendere il resto…”.

“Un giorno, una folla ostile – scrive Eliphas Lévi – si accalcò a quella porta con grida minacciose: gli uomini si tenevano gli uni agli altri per le braccia per meglio resistere alla commozione e al supposto terremoto. Il più scalmanato scosse furiosamente il battente. Jachiele toccò il suo chiodo!

Istantaneamente gli assalitori caddero gli uni sopra gli altri e fuggirono come se fossero stati ustionati; erano certi di aver sentito la terra aprirsi e inghiottirli fino alle ginocchia. Non si rendevano conto come fossero riusciti a scappare, ma per nulla al mondo sarebbero tornati a bussare alla porta del “mago”.

Diffondendo in tal modo il terrore, Jachiele poté conquistare la sua tranquillità”.

Visto quanto scritto sopra, tutto lascia pensare che il rabbino avesse inventato o anche solo realizzato una lampada elettrica e che potesse trasmettere elettricità, a suo piacimento, al battente della porta, la qual cosa è assai singolare.

Di fatti come questo, che non sono entrati nella storia ufficiale, è pieno il nostro passato: tutte che essendo in terribile anticipo rispetto al proprio tempo, hanno sovente offerto pretesti a persecuzioni e superstizioni.

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